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Napoli, domenica 20 settembre

Foto A. Zarcone
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Tramonta la politica del "lasciate fare"

Il Presidente

Finalmente è iniziata la fase 2 della lunga emergenza epidemiologica che stiamo vivendo da due mesi. Terminato il periodo di lockdown adesso bisogna rimettere in moto il Paese, nella piena consapevolezza che sarà un compito arduo in quanto il lento ritorno alla normalità dovrà, innanzitutto, soggiacere all’esigenza primaria di tutelare la salute pubblica dal rischio dei contagi. La prima sfida da affrontare è quella di garantire gli spostamenti sul territorio nella massima sicurezza. La modalità senz’altro più sicura è il veicolo privato, sia esso l’auto, la moto, la biciletta, il monopattino o le proprie gambe, dipende dalla lunghezza e dalle caratteristiche del tragitto da compiere (pianeggiante, tortuoso, presenza di marciapiedi, di piste ciclabili ecc.), nonché dalle possibilità fisiche dell'uomo. Tuttavia, uno scenario dominato dalle sole automobili sarebbe inammissibile, l’incremento del traffico, infatti, finirebbe col creare altro tipo di assembramento sulle strade (gli ingorghi) dai gravi effetti collaterali. Puntare, quindi, su un veicolo poco ingombrante e ad impatto ambientale zero come la bicicletta sarebbe, in linea teorica, preferibile, ma obiettivamente la nostra città, per il suo noto aspetto orografico, è poco adatta al suo utilizzo se non in limitati casi, per spostamenti circoscritti e, soprattutto, da parte dei giovani, molti dei quali, però, preferiscono la moto. Inoltre, le poche piste ciclabili presenti a Napoli sono pure mal realizzate e pressocché assenti risultano le rastrelliere per parcheggiare le bici in sicurezza. Se per ipotesi ci spostassimo tutti sulle due ruote a pedali, dove potremmo lasciare questi veicoli una volta giunti a destinazione? È sempre la solita storia, le componenti della mobilità sono due: la circolazione dei veicoli e la loro sosta; se non si presta la dovuta attenzione ad entrambe, non si potranno mai conseguire risultati apprezzabili.  
In condizioni normali, la migliore soluzione resta il trasporto pubblico, specialmente per i pendolari provenienti dall’hinterland. Ma in questa fase, francamente, con tutto l’impegno e la buona volontà che possono mettere in campo le aziende di TPL, non è possibile garantire l’efficienza del servizio insieme al distanziamento sociale. Se già prima della pandemia l’offerta era deficitaria, a maggior ragione lo sarà adesso con la inevitabile contrazione della capacità dei vettori per garantire le distanze di sicurezza tra i passeggeri. In questo momento, la priorità assoluta è la tutela della salute pubblica che non può essere messa a rischio con soluzioni pasticciate. L’attività di controllo è fondamentale, ma chi garantisce il rispetto delle misure di sicurezza sui bus, sui vagoni dei treni e sui convogli della metropolitana? Chi presiede le banchine, gli stazionamenti e le fermate degli autobus per prevenire gli assembramenti? Apprezziamo l’onestà di chi, come il Governatore De Luca, ammette l’impossibilità di far osservare le distanze di sicurezza a bordo dei mezzi del trasporto locale, ma il viaggio, per lavoro o studio che sia, non può trasformarsi in una lotteria del contagio. E purtroppo senza controllori a bordo dei mezzi il rischio di contrarre il coronavirus è elevatissimo.
Nel contempo, bisogna provare comunque ad agire sull’offerta di TPL che andrebbe rimodulata su linee circolari più brevi e frequenti in modo da ridurre i possibili assembramenti alle fermate e favorire l’interscambio: tra diversi mezzi pubblici o fra traporto pubblicato e mobilità privata (auto, moto, bici, proseguimento a piedi ecc.). Inoltre, sarebbe auspicabile potenziare il servizio mediante l’impego di bus e pulmini privati (scolastici, turistici ecc.) da adibire, temporaneamente ed eccezionalmente, per trasporto di linea lungo le tratte più richieste. Altrimenti, ci penseranno gli intraprendenti abusivi ed allora sarà troppo tardi porvi rimedio. Né va trascurato il fondamentale apporto che possono dare i taxi, in questo momento, il cui utilizzo andrebbe promosso con tariffe agevolate, supportate  dall’Amministrazione comunale.
In ogni caso, la vera sfida che dobbiamo affrontare è quella di riorganizzare i tempi, gli spazi e le funzioni della città all'interno di una nuova visione urbanistica e sociale al passo coi tempi. Perché se è vero che dopo questa emergenza tutto non sarà come prima, resta da capire se sarà meglio o peggio. E questo dipenderà da noi, o meglio, dalla capacità di orientare e governare il processo di cambiamento imposto da questa epidemia. In altri termini, non si può più continuare con la politica del laissez-faire, assecondando uno spontaneismo incontrollato delle attività, come sinora è avvenuto in molti ambiti, vedi la movida, il turismo zonale e non solo. I problemi non si risolvono da soli, ma avendo il coraggio di decidere con coerenza, lungimiranza e senso di responsabilità, sapendo mettere a frutto il contributo offerto dalle moderne tecnologie digitali e dalle numerose competenze scientifiche presenti all'interno della società civile.

 

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