Napoli, domenica 05 luglio

Foto A. Zarcone
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Se il virus ci restituisce il valore dalla Patria

Il Presidente

Il mondo sta cambiando. E questa volta non è una rivoluzione tecnologica il motore della svolta ma, ahinoi, un virus che, in breve tempo, è riuscito a diffondersi sull’intero pianeta con effetti devastanti per la salute degli esseri umani. Non è una guerra nel senso tradizionale del termine – i conflitti bellici hanno, infatti, una portata distruttrice nettamente superiore – ma è una pandemia tale da sconvolgere abitudini, rapporti sociali, equilibri politici ed economici. La crisi in cui è piombato il nostro Paese, a causa di questa emergenza epidemiologica, è sì dovuta al Covid 19, ma ancor più alla terapia d’urto individuata che ha portato all’isolamento sociale ed alla chiusura delle attività. La clausura forzata per contenere i contagi, il cosiddetto lockdown, sta esasperando tutte le contraddizioni, le carenze e le disuguaglianze presenti in Italia, restituendoci una nazione malconcia, sofferente e pervasa da forti istinti campanilistici. Ancora oggi, nonostante i numeri agghiaccianti forniti quotidianamente dalla protezione civile, ci sono autorevoli esponenti istituzionali, animati da arrogante sicumera, secondo i quali le proprie Regioni da sole, senza il vincolo della potestà statale, avrebbero fatto meglio. Certamente il Nord, dove è maggiormente diffuso il Coronavirus, è più attrezzato, rispetto al Sud, per affrontare situazioni anche di questo tipo, ma ciò non deve costituire un'ulteriore occasione di discriminazione, come è avvenuto in alcune rinomate trasmissioni televisive di informazione in cui si è arrivati persino a stigmatizzare gli importanti contributi scientifici provenienti da Napoli. Nessuno ha incriminato il Nord di aver portato l'epidemia in Italia, ma siamo certi che ben diversa sarebbe stata la lettura del fenomeno a parti inverse. Ecco, di questa profonda frattura nel Paese bisogna prendere atto, cogliendo l’occasione drammatica della pandemia da Coronavirus come un’importante opportunità di rinascita, di ricostruzione di un’unità ormai sfilacciata. Sbiaditi i valori del Risorgimento prima e della Resistenza e dell'anti-fascismo poi, la nostra nazione ha stentato a trovare nuovi e forti simboli identitari, lasciando così spazio alle derive autonomistiche coincidenti sempre più in una strenua difesa-esaltazione del “localismo”. Oggi questa emergenza ci sta dimostrando che da soli non si va da nessuna parte, che possiamo farcela solamente se riusciremo a stare uniti e compatti. Se il Nord è l’area geografica più colpita dal Covid 19, il Sud, invece, è quella che sta maggiormente patendo, sul piano sociale ed economico, le drastiche misure varate per limitare il contagio. Stiamo tutti sulla stessa barca, perciò dobbiamo essere un “corpo” unico e indivisibile. Gli italiani, insomma, non possono identificarsi in una patria solo in occasione dei Mondiali di calcio o delle Olimpiadi; devono sentire il senso di appartenenza sempre. Se dopo la seconda guerra mondiale tutte le energie furono spese per la ricostruzione, nella convinzione che si andava incontro ad un’era di progresso e grandi obiettivi, oggi dobbiamo saper ritrovare quello stesso entusiasmo per recuperare, prima di tutto, un’anima, un’identità nazionale ormai smarrita da cui ripartire. Così è possibile superare l’attuale stato di emergenza, ridurre i gap territoriali e proseguire, uniti e fiduciosi, verso un futuro migliore. E ciò vale non solo per l’Italia, ma anche per l’Europa. La cooperazione e la solidarietà tra i popoli, nel pieno rispetto per l’ambiente, devono costituire le linee guida su cui indirizzare il corso della storia del millennio appena cominciato.