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Mobilità, la triste politica del rattoppo


Mobilità, la triste politica del rattoppo

16.11.2017

Il Presidente

Pubblicato sul ROMA

Questo mese è stato nefasto per la circolazione stradale. In pochi giorni, a seguito di piogge intense ma non catastrofiche, si sono avute ripercussioni sulla viabilità tipiche di un cataclisma. E così  i collegamenti con la Penisola Sorrentina sono stati paralizzati dalla chiusura di due nevralgici tunnel sulla statale 145, all’altezza di Castellammare di Stabia, mentre a Napoli l’interruzione della Galleria laziale ha praticamente spezzato in due la città.  Due eventi che mostrano quanto sia fragile il sistema di mobilità nel nostro territorio. Da una parte, servito da una rete di trasporti pubblici che, pur con qualche lodevole eccezione, è incapace, per quantità e qualità, di far fronte efficientemente alle esigenze di spostamento dei cittadini. E dall’altra, costretto ad affidarsi, nonostante i profondi limiti dell’attuale sistema viario, all’intramontabile automobile, unico mezzo in grado di garantire il diritto inalienabile alla mobilità, sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e ribadito dalle carte costituzionali italiana ed europea.
Prendiamo atto della “solerzia” con cui l’Amministrazione comunale sta affrontando l’emergenza della Galleria Laziale. Ci auguriamo, però, che i tempi indicati per la sua parziale riapertura (il 29 novembre) e per  l’istituzione del provvisorio doppio senso di circolazione nella Galleria Quattro Giornate (entro il 21 novembre) non seguano le stesse sorti di via Marina. Resta, tuttavia, il nodo dell’assenza di valide alternative al collegamento tra la zona occidentale ed il centro di cui, paradossalmente, due secoli orsono, si era già occupato Lamont-Young con un avveniristico progetto che prevedeva anche la creazione di canali navigabili per raggiungere Santa Lucia da Campi Flegrei. Senza, purtroppo, nessun seguito.     
L’assenza di piani a lungo termine e di programmi di manutenzione, ordinaria e straordinaria, con particolare attenzione anche alle condizioni idrogeologiche, è alla base di queste emergenze che non sono mai frutto del caso e dell’imponderabile. La cultura della prevenzione, purtroppo, non è un tratto distintivo del nostro Paese, tanto più in quei contesti, come il nostro, dove la perenne carenza di fondi impedisce di dare la necessaria continuità alla cura delle infrastrutture. Però il dissesto delle casse pubbliche non può fungere sempre da alibi che deresponsabilizzano gli amministratori pubblici. 
Il problema delle gallerie nella città di Napoli è solo la punta dell’iceberg: da anni si parla della necessità di radicali interventi per la sicurezza e l’impatto ambientale di queste infrastrutture, ma si continua a soprassedere a favore di altre priorità. Finché, poi, non avviene una tragedia ad imporre la dovuta attenzione. Lo stesso discorso vale pure per ponti e cavalcavia, teatro, negli ultimi anni, di incidenti anche luttuosi nel resto del Paese. Non a caso in seno all’Osservatorio sulla sicurezza stradale, istituito presso la Prefettura di Napoli, è stata avviata un’attività di monitoraggio riguardo alle condizioni di tali infrastrutture. E ciò onde prevenire l’insorgenza di situazioni lesive per l’incolumità dei cittadini e sollecitare gli enti locali interessati ad intervenire nei tratti di loro competenza.
Ma intervenire significa risolvere e non tamponare. Come, invece, sistematicamente accade, per esempio, a Fuorigrotta, dove i problemi di allagamento del sottopasso di piazzale D’Annunzio, quando piove, vengono affrontati con la chiusura preventiva al traffico del tratto in questione. Non si provvede, invece, con una definitiva operazione di rimozione delle reali cause di un disagio che va avanti dal 1990, anno di realizzazione dell’opera, in occasione dei Mondiali di calcio. Eppure di casi analoghi ce ne sono molti in città e in provincia, a volte dovuti a semplice incuria nella pulizia delle caditoie, altre a danni infrastrutturali, dissesti idrogeologici, inadeguatezza del sistema fognario, sino a veri e propri errori di progettazione. Problemi di origine varia, dunque, che, però, non possono continuare ad essere fronteggiati con la solita “politica del rattoppo” e conseguenti sprechi di risorse. Quelle poche disponibili, invece, andrebbero ottimizzate sulla base di una scala delle priorità e di progetti realmente sostenibili tesi a garantire una soluzione strutturale dei problemi. Evitando, nel contempo, scommesse ardite come è accaduto ai Colli Aminei dove sono stati dilapidati fondi per la realizzazione dell’impianto elettrico al servizio di un fantomatico filobus mai attivato, con la conseguenza che la zona continua ad essere malservita dal trasporto pubblico