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Qui ci vorrebbe il sindaco condotto


Qui ci vorrebbe il sindaco condotto

21.02.2015

Il Presidente

Pubblicato sul quotidiano Corriere del Mezzogiorno

E’ molto intrigante il dibattito che si è acceso sulle pagine di questo giornale intorno alla proposta di curare le ferite di Napoli mediante l’istituzione di una nuova figura, “l’architetto condotto”, sulla scia della valida intuizione avuta da uno dei più capaci, creativi e seducenti professionisti italiani, qual è Renzo Piano.
L’idea è affascinante, e probabilmente anche efficace, se calata in una realtà dove le aree di intervento sono nette e circoscritte. Di più difficile realizzazione, invece, ci sembra nella nostra città dove, come ha già lucidamente illustrato Marco Demarco in un fondo di qualche giorno fa, non esiste una zona che non sia vittima dell’incuria e del degrado. Le buche stradali sono “democratiche”, cioè non risparmiano nessuno e interessano l’intero ambito urbano: dalla blasonata Posillipo alla martoriata Scampia. Purtroppo, il problema, qui, non è solo di strade dissestate, ma anche di marciapiedi malridotti, di monumenti abbandonati, di edifici fatiscenti, di plessi scolastici in rovina, di alberi e pali della luce pericolanti, di interi quartieri occupati dall’abusivismo di ogni genere: da quello della sosta alle bancarelle che vendono falsi di bassa lega. E’ una città “sgarrupata”, che cade a pezzi, coinvolgendo anche istituti e strutture che, al contrario, dovrebbero costituire il volano del nostro sviluppo: vedi, per esempio, il San Carlo, il Mercadante, il Madre, il Porto, il trasporto pubblico in generale, ecc. In queste condizioni c’è poco da rammendare, perché sarebbero fatica e risorse sprecate. Napoli è come una bella automobile tutta ammaccata: anche se si aggiusta una portiera, resta un “catorcio” che circola. Non vogliamo fare del catastrofismo, però è innegabile che occorrono interventi radicali di restauro cui francamente non si può far fronte con l’esile figura dell’architetto condotto.
Siamo d’accordo con la partecipazione attiva dei cittadini e dei privati alla tutela del bene comune; ben vengano forme di “sharing” che aiutino a vivere il territorio come parte di sé, da coltivare e salvaguardare, laddove, per tradizione, i meridionali hanno sempre avuto un rapporto conflittuale con tutto ciò che è sinonimo di “pubblico”, quasi fosse altro da sé. Ma se il Palazzo continua a mostrarsi sordo, ogni contributo proveniente dal “basso” è destinato a restare lettera morta. Si persevera, così, nell’immobilismo in cui annaspa la città, in assenza di una cabina di regia capace di individuare, coordinare, decentrare e realizzare gli interventi necessari, con idonei e solidi programmi fondati su lucide ed accurate analisi scientifiche, oltre che su valori riconosciuti e condivisi. Questo dovrebbe fare una buona Amministrazione Pubblica nelle sue distinte articolazioni: Sindaco, Giunta e Municipalità. Che poi ad assistere l’assetto di governo siano chiamate in causa qualificate competenze radicate sul territorio per garantire efficienza e celerità di risultato ci sembra una strategia auspicabile, un metodo da incentivare e sostenere. Purtroppo, non è questo il caso di Napoli dove, al libro dei sogni preelettorale e contrariamente agli annunci enfatici post-elezioni, la disponibilità ad aprirsi alla collaborazione della società civile non si è mai tradotta in fatti concreti. Il Palazzo non ascolta le istanze, né raccoglie i suggerimenti e le proposte della popolazione e di chi, in fondo, ne rappresenta alcune fondamentali esigenze, vedi la mobilità nel caso dell’ACI. In questo contesto, dove manca l’abc del buon governo, come potrebbe mai funzionare la proposta di Renzo Piano? Qui, più di un architetto, c’è bisogno di un “sindaco condotto”!